Controllo da remoto: come dotare di app l’impianto di allarme esistente

Trasformare un impianto datato in uno controllabile da remoto è possibile con soluzioni semplici e senza dover aggiornare in toto il sistema d’allarme

La vita media di un impianto di allarme realizzato correttamente si aggira intorno ai 20 anni. E, in un mondo in cui l’innovazione continua a correre e le esigenze a mutare, i clienti possono decidere di voler rendere più “smart” i propri impianti. Cosa bisogna fare se il cliente chiede la gestione tramite smartphone di un sistema che nativamente non lo prevede?

Le proposte

Condizione di partenza necessaria è avere sulla centrale “obsoleta” – sulla quale si deve intervenire – ingressi e uscite disponibili e programmabili (o almeno espandibili). L’interfacciamento di dispositivi smart alle vecchie centrali passa, infatti, necessariamente dal tradizionale collegamento per contatti. Avendo a disposizione ciò, occorre valutare lo step successivo, ovvero il vettore di comunicazione: per esempio, la presenza di una linea internet potrebbe indurre a scegliere una scheda IP, la mancanza di essa invece ad approdare a un combinatore GSM.

Con le schede IP

Sono molte le aziende che mettono a disposizione schede I/O provviste anche di porta LAN per essere messe online. Queste schede sono spesso completate da un’app per i principali sistemi mobili (iOS e Android) o almeno da un webserver che permette ai clienti di leggere sul proprio smartphone lo stato degli ingressi e di comandare le uscite ottenendo così sia la gestione remota del sistema di allarme (accensione, spegnimento, comandi domotici) sia la lettura di svariate segnalazioni (porte aperte, allarmi in corso, mancanza di rete elettrica). La maggior parte delle schede IP, tramite cloud, è in grado di inviare anche notifiche push a evento, fornendo così avvisi in tempo reale.

Prodotti di questo tipo sono ampiamente disponibili sul web; per i più abili, è possibile anche realizzare una scheda in modo autonomo con Arduino o con Raspberry.

Il consiglio comunque resta quello di approdare su costruttori noti e presenti sul mercato italiano sia per l’assistenza sia per le garanzie di sicurezza che un oggetto del genere deve offrire (soprattutto a livello di cloud). Non va dimenticato infatti che con questo dispositivo si possono comandare accensioni e spegnimenti di sistemi di sicurezza.

Considerato che la tecnologia PoC non è stata ancora standardizzata e che i singoli produttori hanno realizzato circuiti differenti e incompatibili tra loro, i sistemi devono necessariamente utilizzare DVR e telecamere dello stesso brand. L’inosservanza di questa regola potrebbe danneggiare irreparabilmente i circuiti elettronici dei dispositivi. In alcuni casi, inoltre, le aziende sconsigliano di utilizzare i loro DVR PoC con le telecamere di terze parti “non PoC”.

Per tutti questi motivi, gli installatori devono scegliere in maniera oculata i componenti di un impianto PoC (o misto) indicando, ove possibile, la marca dei dispositivi installati e su quali viene utilizzata questa tecnologia.

Via Gsm e Gprs

Meno frequenti sono i dispositivi che rendono disponibili queste funzionalità via Gsm/Gprs. Parliamo infatti di combinatori Gsm evoluti che non si limitano a inviare Sms o telefonate a fronte di un evento o a commutare dei relè in base ai comandi ricevuti, ma di piccoli “attuatori domotici” che forniscono all’installatore e al cliente finale un’app del tutto simile a quella descritta ma con il plus di basare tutto su una connessione Gprs. Per questo tipo di combinatori non è sufficiente una Sim vecchia maniera, per la quale 5/10 euro di ricarica all’anno sono sufficienti ad assicurarne la funzionalità, ma diventa necessario sottoscrivere un piano tariffario adeguato che comprenda un minimo di traffico dati.

I combinatori

Alcuni combinatori “smart” si spingono oltre, permettendo la lettura di sensori analogici direttamente connessi ai propri ingressi. Con un minino di programmazione si può ottenere – sempre da app – la lettura in tempo reale delle soglie di questi sensori (si pensi a un sensore di monitoraggio di un serbatoio o alla temperatura di forno industriale) direttamente espresse nella corretta unità di misura.

In totale autonomia, inoltre, il combinatore può inviare – a fronte del superamento di soglie preimpostate – telefonate d’allarme, Sms o notifiche push. La comodità di questi ultimi apparati si estende non solo ai sistemi d’allarme domestici ma anche al monitoraggio di impianti in luoghi remoti non serviti dalle linee telefoniche. Come sempre, è l’installatore che deve comprendere l’esigenza del cliente e tradurla nell’esecuzione. E sia chiaro: questi apparati non potranno mai sostituirsi a un rinnovamento totale di un impianto, ma possono costituire quell’alternativa commerciale a basso costo che a volte è utile come termine di raffronto, per esempio, durante la discussione di un preventivo.

La prevenzione è la migliore difesa – Pubblica Sicurezza e Terrorismo

 Recenti episodi di cronaca hanno portato nuovamente alla ribalta anche in Italia la minaccia del terrorismo. Si pensi al caso dell’autobus sequestrato alla fine di marzo con 51 studenti a bordo e, pochi giorni più tardi, all’inquietante messaggio sul muro di cinta di un parco a Vicenza. Tracciamo insieme una panoramica delle strategie delle istituzioni e delle Forze dell’Ordine per prevenire possibili attacchi

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Legittima difesa: sempre sussistente il rapporto di proporzionalità tra difesa e offesa

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Bonus 2019: sgravi fiscali per la videosorveglianza

Bonus videosorveglianza 2019, bonus sicurezza o come si voglia chiamarla, è la misura che assicura uno sgravio fiscale del 50% per spese sostenute appunto per dotare casa di un impianto.

Rientra nel bonus ristrutturazione di quest’anno e prevede la detrazione al 50% ai fini Irpef per spese sostenute entro il 31 dicembre 2019 per interventi relativi agli immobili realizzati a partire da gennaio di quest’anno.

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I rischi del IoT … anche in una aspirapolvere

La diffusione esponenziale dei dispositivi connessi – nel 2019 sono già 26,66 miliardi, secondo Statista, ma saranno 75,44 miliardi nel 2025- comporta inevitabilmente una estensione del rischio legato alla violazione di questi oggetti. Check Point Research fa il punto della situazione nel terzo capitolo del rapporto “Security the cloud, mobile and Internet of things” andando a caccia dei punti deboli.

Il primo è associato al fatto che generalmente il codice dei prodotti IoT è poco curato, per ridurre i costi. Di conseguenza tutti sono potenzialmente sotto attacco, sia nella propria vita privata sia in quella pubblica, ovvero nelle aziende per le quali lavorano.

Ipoteticamente gli hacker potrebbero creare un’armata di oggetti connessi “zombie” per sferrare un attacco DDos, oppure potrebbero sfruttarli per intromettersi nella vita delle persone, sia spiandoli direttamente (Check Point cita il caso di un’aspirapolvere LG che può essere hackerato per usare la telecamera), sia rubando le informazioni depositate nel cloud.

Un altro punto debole consiste nella mancanza di regolamentazione sulla compliance dei dispositivi IoT, per cui l’approvazione alla vendita è affidata ai professionisti IT. La California è l’area più avanzata in tema, e sicuramente presto anche questo aspetto verrà regolato, ma intanto le case e gli uffici si popolano di oggetti potenzialmente pericolosi.